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A proposito di Rosso Istria. Lettera ai conterranei giuliano-dalmati

Roma, 26 nov – Il 15 novembre scorso è approdato nelle sale cinematografiche italiane il film Red Land – Rosso Istria, del regista italo-argentino Maximiliano Hernando Bruno. La pellicola racconta la tragica vicenda di Norma Cossetto, la giovane istriana di Visinada che trovò una morte orrenda, gettata viva nella foiba di Villa Surani dopo aver trascorso la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943 prigioniera di 17 partigiani comunisti titini, che la tennero legata per ore a un tavolo presso la scuola di Antignana, violentandola e seviziandola brutalmente.

Come ci si poteva agevolmente aspettare, il film ha incontrato gravi ostacoli alla sua diffusione, presente in un pugno di sale su tutto il territorio nazionale, con orari di programmazione quanto meno impervi e pubblicità ridotta all’osso, se non pari allo zero. Solo il volenteroso passaparola tra coloro che hanno a cuore la triste storia di Norma e delle migliaia di connazionali che come lei hanno compiuto il proprio destino nelle voragini carsiche per mano della stella rossa jugoslava, ha consentito di ampliare l’offerta, prorogare i pochi giorni di programmazione previsti nei singoli cinema, estendere la proiezione a nuove sale. Ovviamente, schierati in prima linea nella lodevole opera di diffusione si sono trovati gli Esuli di Venezia Giulia e Dalmazia e i loro discendenti, con la ANVGD impegnata direttamente nella produzione.

Quindi finalmente sull’argomento “foibe” abbiamo un buon prodotto cinematografico, e sappiamo tutti quale potenza sia in grado di esplicare tale mezzo nella diffusione di un tema o di un’idea, con un’efficacia di molto superiore a qualsiasi altro tipo di pubblicazione. Un argomento vittima per decenni di una vera e propria “congiura del silenzio”, con motivazioni politiche ben note a chi sa di che cosa stiamo parlando, aveva e ha bisogno proprio di un film per contrastare i bavagli tesi dalle mani di chi in Italia domina il mondo della cultura, dell’istruzione, dell’informazione. Ma il mezzo va utilizzato bene, il prodotto dev’essere buono, altrimenti si rischia di ottenere l’effetto inverso rispetto a quello sperato.

Rosso Istria pare un buon candidato all’arduo cimento. Si tratta di un film lungo (dura 150 minuti) ma il tempo vola durante lo scorrimento delle immagini, la storia tiene sospesi anche se si conosce il finale. Regia, fotografia, cast degli attori: tutti promossi, non c’è che dire. Ma il nocciolo della questione, inutile nascondersi, risiede nel messaggio. Il cinema è arte, il giudizio sull’arte prescinde dal suo segno, purtuttavia il segno è dato dall’autore e ha un suo innegabile peso, non è eludibile o cancellabile.

La prima cosa a colpire (positivamente) è che finalmente gli indiscussi cattivi della storia hanno un nome e una fisionomia precisi: sono partigiani, sono slavi, sono titini, ma soprattutto sono comunisti, e non perdono occasione per dichiararlo e rinfacciarlo ai loro stessi connazionali riottosi a seguirli. Potrebbe sembrare un’ovvietà, ma troppo spesso (persino nel mondo degli Esuli) si sente raccontare degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia “vittime degli opposti nazionalismi”, quasi a voler scaricare sul fascismo le responsabilità per le nefandezze compiute da chi invece era visceralmente antifascista. Certo la questione nazionale ebbe un’influenza determinante nell’agire di Tito e dei suoi accoliti, che intendevano eliminare ogni traccia di italianità da quelle terre; ma è altrettanto vero che molti slavi finirono infoibati per motivi politici, non etnici: non erano, appunto, comunisti come i loro carnefici.

La tesi giustificazionista della presunta “vendetta” degli slavi contro gli “occupanti” italiani viene efficacemente smentita, in primis dall’ambientazione: Visinada è decritta come una città non solo dall’architettura tipicamente veneziana, ma abitata quasi interamente da italiani, mentre i croati popolano le campagne circostanti e arrivano in città a bordo di carri. I rapporti tra le due componenti etniche, svoltisi nel corso dei secoli, sono stati complessi e talora complicati, ma viene a cadere la favoletta della pacifica convivenza interrotta dalla prepotenza nazionalista fascista, che avrebbe scatenato la reazione slava dopo l’8 di settembre. Basti pensare al progetto di de-italianizzazione avviato dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe, che già il 12 novembre 1866 impose al Consiglio della Corona la sua decisione di operare “nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”. Quando si parla del prima, di ciò che sta a monte di foibe ed esodo dei giuliano-dalmati, occorrerebbe portarsi indietro almeno fino alla data suddetta, se non al Trattato di Campoformio, per comprendere quali ingiustizie abbiano patito gli italiani fin da allora, con gli slavi lesti ad approfittare del privilegio loro accordato. Del resto, anche le vicende della Grande Guerra sono illuminanti in tal senso: i croati fedeli sudditi asburgici combattono contro il Regio Esercito italiano, e vengono sconfitti; i serbi sono formalmente alleati dell’Italia, ma vengono malmenati dall’Austria-Ungheria fin dalle prime battute del conflitto e i resti del loro esercito vengono tratti in salvo proprio dall’Italia. Risultato? Serbi, croati e sloveni, al termine della Prima Guerra Mondiale, si riuniscono nel Regno di Jugoslavia, imponendo (o meglio, ricevendo) al tavolo della Pace quelle inique mutilazioni della vittoria italiana che daranno origine all’impresa di Fiume, capeggiata da Gabriele d’Annunzio. Che vi fossero situazioni di armonica convivenza, in certi periodi e in certe realtà territoriali, è indubbio: la stessa famiglia dei Cossetto, ricchi possidenti terrieri, aveva alle proprie dipendenze diversi contadini croati. A uno di questi il papà di Norma, Giuseppe Cossetto, gerarca fascista, aveva anche salvato la vita pochi mesi prima degli eventi; fu lo stesso contadino a riconoscerlo e ucciderlo, mentre il disperato padre cercava di rintracciare la figlia prigioniera dei partigiani. Come in tutte le realtà in cui si viene a creare una forzata convivenza tra elementi etnici ben distinti, che reclamano un medesimo terrorio, prima o poi i nodi saltano al pettine: è una lezione più che mai attuale, oltretutto rinnovata proprio nei Balcani dall’ultimo conflitto seguito allo smembramento della Jugoslavia dopo la morte di Tito, condito da carneficine perpetrate in un orrido tutti contro tutti (serbi, croati, bosniaci musulmani).

Da Rosso Istria emerge dunque la perduta italianità dell’Istria, ed è altresì apprezzabile il modo in cui viene dipinta la famiglia Cossetto, senza censure e senza timore di urtare qualche pavida sensibilità nostrana: Giuseppe era un fascista, e sua figlia aveva una coscienza politica già ben delineata, era studentessa universitaria, non si trattava di un inconsapevole agnello sacrificale sull’altare degli “opposti nazionalismi”. “Non sono di certo comunista”, risponde sicura all’amica Adria che cerca di insinuarle un dubbio e condurla dalla parte dei titini. Questo è un aspetto importante, poiché sancisce un principio: vittime degli infoibamenti furono gli italiani in quanto tali, non solo i fascisti, ma anche i fascisti. E le uccisioni di questi ultimi non sono certo meno gravi delle altre, o addirittura giustificabili. Un conto, infatti, è prendere le armi, combattere e abbattere il nemico; altro conto è prendersela indiscriminatamente con una popolazione civile inerme, razziarne le abitazioni, violentare le donne e infine condannare i sopravvissuti a una morte orribile data con disprezzo, giù in una voragine che dovrà cancellare le tracce di quelle persone, come se non fossero mai esistite. E, del resto, i vari falò dei registri comunali accesi dai partigiani di Tito nelle località da essi “liberate” hanno ottenuto proprio questo risultato, cancellare le prove numeriche dell’italianità di quelle terre.

Il film descrive bene anche l’apporto italiano a tale infamia: disertori del Regio Esercito, pavidi civili che appoggiavano il vincente di turno facendo i delatori o comunisti convinti (divenuti tali, però, solo a partire dall’8 settembre 1943) accettano il ruolo di subalterni esecutori degli ordini dei feroci compagni slavi, pur di liberarsi del fascismo; sanno che al termine della pulizia etnica dovranno sloggiare anch’essi, eppure l’odio di sé, il disprezzo del proprio sangue e della propria stirpe è più forte di qualsiasi amor di giustizia e accettano. Anche questo è molto attuale, se pensiamo alla subordinazione di taluni autoctoni alle pretese esigenze degli immigrati, per soddisfare le quali non esitano a sacrificare la propria identità.

A proposito di attualità, spesso nell’ambiente dei giuliano-dalmati si sentono affermazioni del tipo “noi non abbiamo mai chiesto niente a nessuno”, “non abbiamo mai manifestato per i nostri diritti, abbiamo sempre fatto il nostro dovere da bravi cittadini rispettando le leggi”. Negli ultimi tempi il tutto si è arricchito degli scontati paragoni con gli immigrati allogeni, i quali “reclamano diritti e mai doveri, mica come noi!”

Ebbene, tutto questo ragionare, apparentemente degno di plauso, cela in verità un seme di tradimento nei confronti della nostra storia, poiché il credito da reclamare nei confronti dello Stato italiano non riguarda solamente i copiosi indennizzi che ancora stiamo aspettando per aver pagato alla Jugoslavia vittoriosa i debiti di guerra dell’Italia sconfitta coi nostri beni, mobili e immobili, lasciati di là dall’acqua.

Il nostro credito più importante è invece morale, spirituale: noi dobbiamo reclamare giustizia non solo e non tanto per noi stessi, ma soprattutto per chi non è più, per gli infoibati noti e per quelli rimasti senza nome. E ancora: per tutti gli Irredentisti caduti per il sogno dell’annessione alla Madrepatria, per i Martiri del Risorgimento, per i fedeli cittadini della Repubblica di Venezia (nel 1797 il gonfalone di San Marco venne definitivamente deposto proprio in Dalmazia, a Perasto, dal conte Giuseppe Viscovich: era il 23 agosto, e la Repubblica di Venezia era già caduta da oltre tre mesi!).

Quindi non abbiamo il diritto, ma il cogente dovere di reclamare giustizia: giustizia che è innanzitutto diffusione della conoscenza delle nostre peripezie presso i fratelli italiani dell’intera Penisola. Anche attraverso un bel film, come quello di cui stiamo parlando. E non vi è gran vanto nell’aver tenuto invece un atteggiamento remissivo e dimesso, accontentandosi di qualche graziosa concessione qua e là, come ad esempio l’istituzione del Giorno del Ricordo, di cui ormai ci ricordiamo in pochi ogni 10 di febbraio, assistendo a stanche manifestazioni istituzionali cui i politici partecipano solo per dovere e senza sentimento alcuno. Bisogna chiedere a gran voce, pretendere ciò che è giusto; e, se non ce lo danno, ce lo dobbiamo saper prendere, sennò quale insegnamento ci avrebbe lasciato d’Annunzio?

Affinché la nostra storia divenga realmente patrimonio comune del popolo italiano, dobbiamo noi per primi renderci conto di essere parte di qualcosa che trascende i nostri territori di origine, essere meno gelosi delle cose nostre e non pretendere di essere gli unici a poterne parlare. Perchè la fierezza di provenire da Pola, da Fiume o da Zara non deriva dagli angusti confini materiali di queste pur meravigliose città, bensì dall’appartenenza a un popolo più grande, dalla comunione spirituale con la Grande Madre Italia.

I nostri Padri nobili Nazario Sauro, Francesco Rismondo, Riccardo Gigante navigavano verso orizzonti di grandezza, noi non possiamo accontentarci di “essere lasciati in pace”, a invecchiare e morire senza polemiche attorno alla nostra storia, dentro ristretti circoli in cui cantare vecchie canzoni e praticare il dialetto. Abbiamo un’eredità pesante sulle spalle, e dobbiamo trasmetterla: per questo ci è fatto obbligo di chiamare le cose col loro nome, senza paura di farci dei nemici, senza temere che ci additino ancora una volta come fascisti meritevoli di una brutta fine.

Chi ha avuto modo di assistere alla proiezione di Rosso Istria, avrà notato la fierezza di Norma, che non cede alla proposta dei suoi carnefici di arruolarsi fra i titini; che piange, certo, perché ciò che ha dovuto subire avrebbe piegato il corpo di chiunque, ma va incontro al suo destino senza implorare i boia di risparmiarla.

Ecco, ogni volta che pensiamo di poter chiudere le imposte e accendere la televisione, per non vedere quel che accade là fuori, dovremmo ripensare a Norma: adesso abbiamo anche le immagini giuste per farlo.

Luigi Vatta

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